Questa è una storia di circa 60 anni fa. Parla di un compositore italiano, Domenico Guaccero, di cui in questi giorni si è ricordato il trentesimo anniversario della scomparsa. Sembrerebbe strano raccontare una storia così passata in un blog che si chiama Che Futuro!, ma questa storia ci dice così tanto del rapporto tra l’Italia e l’innovazione tecnologica da risultare incredibilmente attuale.

Negli anni ’60, periodo di significativa innovazione e diffusione tecnologica, in tutta Europa nascevano importanti studi di Musica Elettronica attrezzati con costosi e complessi macchinari presso grandi enti quali Radio nazionali, Università e Centri di Ricerca industriale, studi che erano messi a disposizione dei musicisti per sperimentare e comporre musica con le nuove tecnologie. A Roma invece nulla sembrava muoversi, quantomeno in modo istituzionale.

Domenico Guaccero, un giovane compositore dalla formazione prettamente umanistica, allora poco più che trentenne, co-fondatore dell’associazione Nuova Consonanza, sentì l’urgenza di radunare i compositori e gli ingegneri attivi nella sperimentazione in tal senso per colmare questa lacuna.

Guaccero

L’evoluzione di questa esperienza è stata molteplice: a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 questo piccolo gruppo si era radunato, in mutevoli formazioni e sotto diversi nomi tra cui Studio di Fonologia di Roma, tra cantine private e aule di accademie troppo classiche per comprendere quanto stesse accadendo.

Quindi, a partire dal 1967, un gruppo di sette, (oltre a Guaccero, i musicisti Walter Branchi, Gino Marinuzzi Jr, Franco Evangelisti, Egisto Macchi e gli ingegneri Guido Guiducci e Paolo Ketoff) decise di autotassarsi per affittare un appartamento in cui mettere in condivisione le attrezzature, mixer, microfoni, altoparlanti, sintetizzatori, revox per nastri magnetici, che ciascuno possedeva o che essi stessi avevano costruito ed inventato raccogliendo le macchine dismesse dagli studi di registrazione per il cinema. Nasce così lo Studio Roma7, (in seguito Studio Roma10 con l’annessione di altri 3 soci tra cui il più famoso Ennio Morricone) che fu il primo studio privato autogestito di Musica Elettronica al mondo, basato “ante litteram” sui principi originali dell’open source e del coworking.

Infatti questo studio era uno spazio aperto per chi volesse, versando un contributo, utilizzare le macchine per la composizione musicale elettronica che non erano immediatamente accessibili a tutti i musicisti, sia per la complessità di utilizzo che per il costo. Qui furono realizzati la maggior parte dei nastri delle musiche per i documentari e i film brevi che in quegli anni venivano trasmessi dalla Rai. Ma al di là del ruolo che questo Studio ebbe nella produzione artistica musicale, probabilmente inferiore a quello di altri studi più affermati e istituzionali, l’SR7 ebbe un impatto “sociale” molto influente nella storia dell’innovazione romana, italiana e mondiale.

Nelle esperienze precedenti alla costituzione ufficiale dello SR7, fu inventato, costruito, e quindi utilizzato nello Studio, il primo sintetizzatore per il live al mondo, il SynKet di Paolo Ketoff, da cui Robert Moog, a Roma nel 1962, prese spunto per il suo più celebre synth modulare che tanto ha cambiato la storia della musica occidentale. Come spesso accade, la spinta decisiva a quest’invenzione fu data dall’esigenza di chi, non avendo a disposizione i fondi e gli spazi degli studi più istituzionali, dovette ricercare una soluzione più economica ed agile.

Nel 1972 l’SR10 si sciolse per ricostituirsi sempre sotto la guida di Guaccero ma con altri soci nello Studio 29a. Un giovanissimo Piero Schiavoni, ingegnere del suono tra i più innovatori in Italia, per garantire la sostenibilità dello studio e favorire la diffusione della registrazione musicale allora appannaggio dei grossi studi delle etichette discografiche, qui a partire dal 1978 creò quel modello commerciale di studio di registrazione privato ancora oggi molto diffuso.

Ma soprattutto, sotto la spinta di un grande didatta quale Guaccero era, insieme all’amico Franco Evangelisti, lo Studio divenne, senza soluzione di continuità, fulcro di formazione e divulgazione delle nuove tecnologie applicate al suono tanto da seminare in moltissimi giovani studenti, che altrimenti non avrebbero avuto opportunità, la passione e la conoscenza dell’elettronica musicale. Ogni sera presso lo Studio giovani compositori, studenti di conservatorio, artisti curiosi, si avvicendavano in esperienze didattiche pratiche che oggi chiameremmo workshop, lì dove i conservatori italiani avrebbero attrezzato studi di musica elettronica all’altezza non prima degli anni ’80.

In particolare egli seppe trasmettere a chi frequentava lo studio e le sue lezioni quel gusto artigianale che individuava nella ricerca elettronica, quella necessità che egli avvertiva di diventare musicisti-artigiani, costruttori della propria musica, tanto che Francesco Galante, tra i frequentatori del 29a, definisce quella di Guaccero una vera scuola romana di elettronica musicale artigianale.